Su dramma.it pubblicato il nuovo articolo di Patrizio Dall’Argine

LEGGILO SU dramma.it

http://www.dramma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=33321:i-temi-nel-teatro-dei-burattini&catid=96:drammaturgie-del-teatro-di-figure&Itemid=61

o prosegui qui

Patrizio Dall’Argine è un sognatore irrequieto, mosso da un continuo, irrefrenabile desiderio di fare, di creare, misurarsi, superarsi. Incontentabile sempre, ma pur sempre soddisfatto del suo essere incontentabile. Sono i burattini che lo spingono a tanto: creature autonome e anomale, eversive per natura, che seducono e respingono, che rendono possibile l’altrimenti impossibile: mezzi esseri talmente radicati, impiantati nella terra, da poter essere fluttuanti, liberi, in un teatro che è ancora poesia.

Alfonso Cipolla

I TEMI NEL TEATRO DEI BURATTINI
Patrizio Dall’Argine

Ho un quaderno dove annoto ogni recita che faccio con i miei burattini; ogni pagina ha il titolo dello spettacolo e sotto, in colonna, i nomi dei paesi e delle città che mi hanno ospitato.
Seguo questa pratica da quando mi sono messo a lavorare come burattinaio indipendente e ogni piazza nasce da un rapporto con chi mi chiama, un incontro, una piccola relazione che dia un senso alla scelta non facile di far spettacolo dal vivo.
Nel quaderno sono segnati trentadue titoli, trentadue titoli in tredici anni.
Molti hanno superato la maggiore età (ovvero il tetto delle diciotto recite) altri hanno avuto “successo”, altri sono usciti dal repertorio mentre qualcuno si è limitato a debuttare per poi fermarsi ai blocchi di partenza. Basandomi sulla mia esperienza, posso dire che il motivo del morire sul nascere (o dopo un pugno di recite) di uno spettacolo di burattini è la troppa complessità, sia di forma che di contenuto.
Ad esempio ho avuto il piacere di avere a che fare con delle committenze per burattini realizzando uno spettacolo sul pittore di Roccabianca Giovanni Voltini (praticamente sconosciuto al di fuori del suo paese) uno sul liutaio di Bilegno, Giovanni Battista Guadagnini e un altro sull’infanzia di Giuseppe Verdi alle Roncole. Mi diverte raccontare biografie romanzate, aggiungere ai fatti reali dei particolari magici, dei presagi, inventare aneddoti sulle epifanie che hanno fatto scattare la scintilla della vocazione e dell’ossessione, rivelando una predestinazione nelle vite degli artisti.
Il lavoro che esemplifica questa poetica del destino e della predestinazione è forse La sconosciuta della Senna in cui il burattinaio un pò come Pollicino nel bosco si perde nel Porto delle Nebbie seguendo le labili tracce del fantasma di Amedeo Modigliani. Mentre La sconosciuta e Il Piccolo Verdi sono rimasti a far parte degli spettacoli ancora attivi le altre due biografie burattinesche sono uscite dal repertorio, non perché mal riuscite ma perché avrebbero avuto bisogno di qualcuno che proponesse questi progetti, li promuovesse al di fuori del normale circuito degli spettacoli dei burattini andando a incuriosire altri settori della cultura.
Questo qualcuno non potevo essere io, primo perché non sono capace, secondo perché ho troppe cose da fare e se dovessi occuparmi anche della promozione non vivrei e visto che per un burattinaio del mio stampo il mestiere di vivere è il training più importante da fare, accade che alcuni titoli debbano essere sacrificati sull’altare dell’autarchia.
Altri progetti invece stentano a camminare con le proprie gambe perché troppo pesanti per essere inseriti in un sistema di recite mordi e fuggi dal momento che le scene necessitano di troppo tempo e fatica per essere scaricate, montate, smontate, caricate… con la conseguenza che spesso la troppa fatica tolga freschezza alla recita. Altri progetti stentano perché occorrono troppe persone per animare i burattini, oppure è prevista musica dal vivo e quindi al libro spesa si aggiunge un musicista e, nel caso di un pianista, il noleggio del pianoforte.
Per far chiarezza è bene dire che uno spettacolo di burattini per essere fatto abbisogna di due persone: il burattinaio e l’assistente di baracca. Alcuni colleghi riescono anche a far tutto da soli, abbattendo ulteriormente i costi e in questo modo i cachet diventano competitivi sul mercato.
Spettacoli in cui si è in tre, in quattro, o con la musica dal vivo, sono molto difficili da piazzare se non in occasioni particolari in cui il Teatro dei Burattini è ospite in teatri, musei e altri luoghi di prestigio.
Dicevo che le cause dell’insuccesso di un progetto per me dipendono dalla troppa complessità di forma e contenuto (sorvolando sull’aspetto qualitativo dell’opera essendo un territorio soggettivo), e ho provato a chiarire questo concetto spiegando che quello che può uccidere sul nascere uno spettacolo di burattini può essere la scelta del soggetto che necessita una promozione specifica, la poca agilità delle scene e della truppa e di conseguenza il non essere competitivo nei costi.
Se poi come burattinaio hai anche il pallino di scrivere e quindi sei l’autore dei tuoi lavori devi confrontarti con un altra questione spinosissima, quella dell’andare “fuori tema”, questione con la quale bisogna fare i conti sin dai tempi della scuola dell’obbligo.
Un soggetto infatti può essere o non essere “burattinesco”.
I copioni tradizionali, si sa, funzionano bene proprio perché la tradizione è tale in quanto è riuscita a sopravvivere nel tempo, però per esperienza posso dire che il linguaggio del burattino classico (ovvero di burattini animati a guanto all’interno della baracca di cui sono un esponente convinto) può anche tentare di lavorare con nuove scritture e temi più vicini ai contemporanei.
Il burattino infatti può confrontarsi con tutto: teatro, cinema, giocattoli, pittura, scultura, musica, poesia, attualità, letteratura… ma i risultati non sempre sono brillanti, perché spesso il tema diventa una gabbia che toglie libertà al burattino e quindi si va fuori tema perché il burattino della libertà ne ha terribilmente bisogno!
Il nostro allestimento del Leonce und Lena di Buchner, una parabola sulla predestinazione, è durato circa un anno e mezzo, in cui abbiamo progettato e costruito ogni cosa: un teatrino abbastanza funzionale dotato di graticcio e con il boccascena in 16/9, una quintatura fatta di lenzuoli di canapa, fondali dipinti con sensibilità astratta, la possibilità di rottura della visione fissa attraverso una serie di espedienti, numerosi cambi scena, musiche originali realizzate da due diversi compositori, una nuova muta completa con alcune sperimentazioni tecniche (per la figura del principe Leonce, della sua amante Rosetta e di Re Pietro) e nel complesso una marca estetica che ha segnato la rotta per il viaggio della Compagnia per diversi anni. Nel nostro allestimento di Leonce und Lena le contaminazioni toccavano tutte le arti, il teatro, la pittura, il cinema, la musica e tutta questa ricchezza di suggestioni ha portato a un risultato di meraviglia ma soprattutto di armonia delle parti, perché la meraviglia senza armonia è un po’ perturbante.
Per bilanciare la complessità di questo lavoro nello stesso anno, in pochi giorni abbiamo prodotto un lavoro agile, povero, con uno schema decisamente libero e burattinesco. La commissione era per i duecento anni della nascita di Giuseppe Verdi (il 1813 è anche l’anno di nascita di Buchner ma questo non lo avevamo considerato) ma il tema su cui volevo lavorare era d’attualità, infatti da qualche tempo il giornale locale insisteva sul problema delle baby gang, per cui tutti parlavano delle famigerate baby gang senza andare all’origine del seme della violenza.  
In questo clima da Arancia meccanica ho messo in scena Verdi e il cane infernale un lavoro per burattinaio solo (e assistenza pirotecnica) dallo spartito abbastanza rigido che mi garantisce di portare a casa il risultato e nello stesso tempo lascia libertà d’improvvisazione.
Con questi due lavori, uno da nave Corsara per conquistare grandi piazze e teatri, l’altro una zattera punk per andare ovunque, abbiamo attraversato mari calmi per un po’.  

Sfogliando il quaderno vedo che nel 2014 si è girato molto ed è stata fatta una residenza in Francia, al Museo Mourguet di Brindas, per la versione francese del Black varietà. Un lavoro questo che amo molto, ma che non ha mai raccolto niente, forse perché il seme è un po’ troppo rabbioso, nasce infatti dal tentativo di mettere in discussione la falsa innocenza del teatro dei burattini offrendo una serie di numeri di umorismo un po’  corrosivo e provocatorio, con immagini inquietanti.
E qua si apre una voragine, perché bisogna parlare del pubblico a cui ci si rivolge con i burattini, ovvero se ha senso porre dei limiti di età per gli spettacoli. Sicuramente si può, tirandosi però la zappa sui piedi da soli, perché se il nostro genere d’arte a differenza di altri ha la straordinaria capacità di parlare a tutte le generazioni, eliminarne una fetta non è molto sensato a livello economico, ma soprattutto per un discorso sociale e politico rispetto al ruolo dell’artista pubblico in questo periodo storico.
Se il teatro dei burattini avesse un mercato immenso come quello dei videogiochi o quello più piccolo del cinema, si potrebbero produrre spettacoli di genere: burattini comici, drammatici, burattini horror, musicali, pornografici, esistenzialisti, lgbt, burattini storici e scientifici.
Ma questo mercato non c’è, qualcuno prova a fare rassegne in serale ma sono davvero pochissime e intasate di proposte e poi bisogna ammettere che non c’è tutta questa gran richiesta da parte del pubblico di assistere a spettacoli di burattini per soli adulti, mentre per un pubblico di tutte le età il nostro teatro ha diverse chance di sopravvivenza e, perché no, di sperimentazione. Comunque, si tornasse indietro almeno di un secolo io farei i burattini da Gran Guignol, roba ipnotica e sonnambula. Ma visto che ho il senso della realtà e della sopravvivenza mi limito ad inserire qualche goccia di veleno qua e là nei miei spettacoli, sperando di avere perlomeno un effetto omeopatico con il mio Teatro Medico-Ipnotico. Anche perché ci sono bambini che sono incuriositi dalla paura, dal terrore e dal grottesco.
È semplicemente una faccenda di gusti estetici, preferire un vampiro a un orsetto di peluche è ancora una volta una questione soggettiva, l’importante è avere la possibilità di scegliere.

Giro la pagina del quaderno e vedo che nel 2015 abbiamo fatto due produzioni, una con la baracca piccola per burattinaio solo e una con la baracca grande riprendendo la struttura a quattro di Leonce und Lena in cui io e Veronica muoviamo e diamo voce ai burattini e le nostre due figlie si occupano una di luci e fonica e l’altra dei cambi scena, riunendoci tutti e quattro per le scene di animazione corale.
La piccola produzione ancora una volta è una commissione (o meglio, una richiesta di collaborazione) da parte di un comitato di cittadini per la salvaguardia della salute pubblica, “Rubbiano per la vita”. Ho scritto Sandrone reduce dalla gita in Valceno per segnalare la presenza di un co-inceneritore dall’attività poco trasparente, ed è uscita una divertente denuncia alla manchevolezza dei sindaci della Valle di occuparsi di un problema di salute pubblica, sindaci che sorvolavano il problema nascondendosi dietro al dito dei posti di lavoro creati da questa fabbrica.
Evidentemente era l’anno della satira, perché la produzione grossa, Il cappello a cilindro, parlava del potere e dell’arte come unica mezzo per smascherarne gli inganni.
Una sceneggiatura ambiziosa, che si rifaceva allo stile amaro e un po’ surreale del pescarese Ennio Flaiano.
Costruimmo sette nuovi burattini di taglia grande, nuove scene, quintatura in plastica, monumenti, arpie, carretti, progettammo effetti speciali, scomodi trespoli con ruote, insomma, per noi, un kolossal.
Nel frattempo una delle figlie con un tempismo perfetto decise d’interrompere la favola della famiglia d’arte e ci ritrovammo a fare in tre uno spettacolo pensato per quattro.
Comunque la satira contro il potere per me si è rivelata un boomerang e questo spettacolo, avvolto da un aurea di nostalgia e maledizione, dopo sette recite è uscito dal repertorio, perché anche questo progetto avrebbe avuto bisogno di una strategia promozionale, ma avrete capito che da queste parti gli spettacoli di burattini o camminano con le proprie gambe oppure interrompono la loro corsa per sempre. Che peccato però!

Il quaderno adesso è sulle pagine del 2016, che vede ancora una volta due nuove produzioni.
Non preoccupatevi, non sfoglierò tutto il quaderno sino al 2022, mi fermerò qui, al 2016, perché il mio discorso trova un punto d’arrivo in due spettacoli di quell’anno, Werther e Topolino.
In scultura il procedimento che si usa è quello di andare a togliere a differenza del modellato dove si aggiunge. Se questo procedimento lo si applica all’animazione del burattino si può arrivare alla paralisi del movimento e il burattino si trasforma in una statua, smettendo di essere un burattino per diventare la rappresentazione, l’effigie di un burattino. Ne L’aquila a due teste di Jean Cocteau c’è una scena in cui la regina si legge i tarocchi da sola nel castello di Kranz quando a un certo punto irrompe dalla finestra Stanislas, un giovane poeta anarchico che vuole ucciderla, ma è ferito e sviene. La regina non chiede aiuto e lo soccorre, al suo risveglio gli dice che quando è arrivato per ucciderla loro non erano che due idee, una idea davanti a una idea, mentre ora sono un uomo davanti a una donna. Il dialogo che ne segue mi ha sempre colpito molto, perché è un esempio di destrutturazione ben riuscito in cui la forma si dissolve, scivola come la sabbia nel vetro della clessidra. La figura del giovane Werther è in qualche modo simile, un’idea che porta all’annullamento della forma, però quello che rimane paradossalmente è un monumento del pensiero europeo romantico.
Per lo spettacolo Werther ho scolpito tre blocchi di tiglio e le teste di Carlotta, Werther e Alberto sono uscite con dimensioni e peso tali da determinarne un’animazione lenta, come da sonnambuli. Ho poi realizzato dei calchi in gesso delle teste e costruito tre statue vodoo con materiali di vario tipo, che rappresentavano Alberto come un predatore strigiforme, Werther come un insetto che finisce intrappolato nella sua stessa ragnatela e Carlotta come una martire dalle gambe trafitte da decine di chiodi.
Queste statue sono la trasformazione finale dei personaggi, i burattini che diventano idee, e lasciano allo sguardo una visione da crepuscolo degli dei.
Il testo di Goethe è stato per me un pretesto per raccontare l’inesorabilità della predestinazione, ho realizzato una scena fissa, un bar alla fine di un vicolo cieco illuminato da lampade al neon e ho cercato di costruire un’atmosfera e dei dialoghi da telefilm. Quindi un soggetto poco burattinesco, eppure alla fine lo spettacolo, dopo alcune recite di assestamento e alcuni cambiamenti nella drammaturgia, è uscito come un pezzo da burattini classici. Anche se sapevo che la questione del suicidio avrebbe limitato la visione dello spettacolo al solo pubblico adulto, ho voluto scommettere comunque su questo progetto mettendoci molta energia creativa. Ma il problema della promozione, della necessità di una figura che lo proponga in ambienti al di fuori del mercato burattinesco si è ripresentato. Purtroppo pensavo che il sodalizio con un’altra struttura avrebbe procurato qualche recita in più, ma l’unione delle forze ha funzionato solo a metà, ci son stati sicuramente dei vantaggi nella fase produttiva, ma le sei piazze di Werther, se si esclude quella fatta nella sede del mio partner, sono tutte uscite dalle relazioni tessute negli anni dal Teatro Medico-Ipnotico con alcune realtà indipendenti e non se ne sono aggiunte altre.

Dopo Werther volevo confrontarmi con un altro monumento dell’immaginario occidentale e la scelta è caduta sul topo più famoso del pianeta, Mickey Mouse. Mi sono immaginato che al mio capocomico Lomè, in crisi nera, dopo varie ipotesi su come poter uscire dalla palude in cui annaspa la sua compagnia, non rimane altro che chiedere aiuto al cielo e allora come un genio della lampada si materializza in baracca nientepopodimeno che Topolino che gli spiega con pragmatismo come fare a diventare capitalista. La realtà però bussava alla porta e non portava buone notizie. L’area Schengen, la zona di libera circolazione delle persone in Europa, era in pericolo, infatti con il pretesto di controllare l’immigrazione Danimarca e Svezia iniziarono a effettuare controlli alle frontiere, ripristinando di fatto il concetto stesso di frontiera in Europa che in molti si erano illusi ci fossimo lasciati alle spalle dopo due guerre mondiali, il crollo del muro e la guerra in Jugoslavia.
E invece adesso per andare da quei simpaticoni scandinavi ci voleva il passaporto.
Quel giorno mi è suonato nella testa un campanello d’allarme che ha continuato a suonare per anni ogni volta che il concetto di frontiera si rafforzava sempre di più, sino ad arrivare alle frontiere individuali, alle distanze di sicurezza, ai passaporti sanitari, alle zone gialle, arancioni e rosse.
Alla pandemia che violentemente ci ha ricordato che siamo tutti sulla stessa fottutissima barca, i governi hanno risposto con la restaurazione di ogni tipo di frontiera e addirittura rispolverando la retorica militarista dello Stato-nazione, preparando di fatto il campo ai nazionalismi.
Nel febbraio del 2022 l’Europa era già pronta a una nuova guerra, bastava stappare la bottiglia e fare uscire i demoni. L’Europa non è riuscita a diventare un’idea culturale e politica ma è rimasta solo un idea commerciale, e questo era evidente già nel 2016.
La notizia della cancellazione di Schengen in alcune zone d’Europa nell’aprile del 2016 fu talmente violenta che volevo in qualche modo denunciarla con i burattini, pensai perciò di farne uno spettacolo, ma mi dispiaceva mettere da parte l’idea che avevo in cantiere della lezione capitalistica di Topolino.
Inizialmente pensai di fare due spettacoli, poi invece decisi di provare a unire le due storie e in una sola notte ho scritto a mano su un quadernetto lo spettacolo Topolino.
È un tema burattinesco? Probabilmente no, anzi, sicuramente no, ma in questa scrittura i burattini sono liberi di essere burattini, quindi funzionano. È troppo complesso come contenuti? Può essere visto da tutti, magari mi viene da consigliarlo a partire dai cinque anni perché per i più piccoli ci son troppe parole, ma comunque le azioni bilanciano bene i discorsi, quindi no, non è troppo complesso. È troppo complesso come forma? Decisamente no, è leggero come una zattera che va alla deriva. Infine, ha bisogno di una promozione per poter girare, di qualcuno che si occupi e preoccupi della sua vendita? No, nella migliore tradizione burattinesca, cammina sulle sue gambe e si vende da solo.
Quindi in conclusione si potrebbe anche dire che sì, un rinnovamento dei temi e dei copioni del teatro classico dei burattini è possibile; è un percorso difficile, scomodo, che non paga molto, ma forse necessario per continuare a mantenere in vita questo genere d’arte.
Negli anni successivi ho affrontato altre piccole fatiche di ricerca estetica e di temi, seguendo una strada già tracciata come nel caso de Il Piccolo Verdi, Fagiolino e la Gru, Il viaggio, Safari, ma anche cercando nuove possibilità con la favola musicale Le disavventure di Pinocchio e Loro! Vincenti per tutta la vita che ha come tema la scelta dei combattenti volontari alla guerra civile spagnola, oppure con Momo un lavoro sul dio della Burla che ha preso forma definitiva dopo tre diverse versioni e che ora orgogliosamente cammina con le sue gambe.
Infine c’è la mia ultima fatica, Charlie Gordon, una prova di burattineria fantascientifica.
Avrà un tema abbastanza burattinesco per sopravvivere? Funzionerà? Staremo a vedere.

Al mio quaderno delle recite sono rimaste poche pagine a disposizione per aggiungere nuovi titoli, forse dovrò iniziarne uno nuovo o forse gli spettacoli in repertorio riempiranno con i nomi di paesi e città gli spazi rimasti ancora bianchi. Grazie per aver letto questa mia confessione.