Messaggio di Romano Danielli per la Giornata Mondiale della Marionetta 2021

All’età di 84 anni, non so ancora spiegarmi cosa mi abbia portato ad entrare a far parte del mondo dei Burattini: da gioco al lavoro, da puro svago all’impegno di una vita.

Credo che ogni uomo o donna, nascendo, si porti appresso alcuni segni che arrivano dal passato della propria generazione: (un virus buono) che definiamo “predisposizione”. Parola che dice tutto e niente. La nostra professione può essere determinata da necessità o particolari eventi.

Mio padre, per esempio, di mestiere falegname, aveva un grande rispetto per la materia “legno” e in più, per diletto, suonava la chitarra. La nonna paterna faceva di cognome Gandolfi e per un caso fortuito, ebbi l’occasione di incontrare Pompeo Gandolfi, anarchico e burattinaio della bassa bolognese.

A conferma di quanto penso, anche da parte della mamma ho ereditato una leggera deformazione delle dita che aveva sua sorella: una inclinazione della parte superiore del medio, che pure mio fratello ha, ogni persona porta in sé qualcosa che la collega a lontani parenti. Quindi nulla è un caso.

Ma tralasciando queste elucubrazioni, primi accenni di una senilità incombente, torno all’argomento principale.

1 Quando iniziai a “burattineggiare” non per gioco, ma con il desiderio di apprendere; conoscevo vagamente solo i Burattini, la Marionette e i Pupi, pertanto avuta l’occasione, entrai in baracca (teatrino stabile montato in alcune piazzette di Bologna), nelle quali si lavorava d’estate per circa tre mesi l’anno presentando ogni sera una commedia diversa.

A quei tempi, portavamo addosso la polvere delle distruzioni causate dai bombardamenti e la città mostrava ancora le sue ferite, ma la volontà di rinascere era fortemente sentita e necessaria.

Il primo spettacolo che vidi fu una sorpresa: ciondolando una sera vicino al centro della città, precisamente in via Marconi (ex via Roma) mi capitò di vedere uno di questi teatrini piazzato nel bel mezzo delle rovine; rimasi incantato, lo scenario era irreale, la flebile luce di alcune lampadine m’affascinò. Più tardi il burattinaio mi permise di entrare in quel modesto “tempio” e li iniziai.

Umberto Malaguti era stato in passato un attore di prosa, notai che aveva imposto a tutti un rigore e un rispetto che a me parve eccessivo; aveva ragione lui.

In quei tempi in Emilia Romagna lo spettacolo dei burattini era assai diffuso e spesso si raggiungevano i 300-400 spettatori (paganti). Ricordo la famiglia dei Ferrari ancora operante, Sarzi Otello e la bravissima Gigliola, i Preti e i Maletti nel modenese. A Bologna Gualtiero Mandrioli, un Fagiolino importante particolarmente nelle commedie drammatiche, la famiglia di Ciro Bertoni perfetti nel maneggio, i Rizzoli, Presini e uno stupendo Fagiolino interpretato da Febo Vignoli.

Andando in Romagna i Monticelli, marionettisti e burattinai ancora in auge, poi altri certamente. La mia formazione, ancora incompleta, è maturata assistendo ai loro spettacoli, rilevando le diversità interpretative e nei repertori.

2 Da vecchio burattinaio mi permetto di esprimere alcune personali osservazioni dovute ai 70, più o meno, anni di attività. A parte qualche sperimentazione su diversi metodi di spettacolo con modesti risultati, il mio lavoro l’ho sempre esercitato coi burattini tradizionali; anche se la dicitura “tradizione” non si confà con l’oggetto in questione.

Tradizionali sono le sagre paesane, le faste religiose o profane, esempio feste antiche come la porchetta distribuita al popolo, i vari palii, i carnevali e altro. Lo spettacolo dei burattini dovrebbe essere denominato ”Teatro Classico di burattini”.

Come sappiamo una rivoluzione importante della commedia è stata l’invenzione della Commedia dell’Arte che affascinò quasi tutte le nazioni europee; ebbene il teatro dei burattini è la continuazione povera di quel fenomeno artistico; infatti Arlecchino, Pulcinella, Pantalone e gli altri, sono i simulacri degli artisti del tempo e i (burattini), suppongo siano comparsi anche se in diverse forme in quel periodo, pertanto li rivediamo ancora dominare la scena dei teatrini italiani.

I miei maestri del tempo sostenevano con forza che i burattini erano solo quelli delle maschere citate ed erano in legno col buratto (o camiciotto) come diciamo noi, non altri.

Fortunatamente da lontani luoghi sono arrivate tecniche diverse di rappresentazione con pupazzi, oppure oggetti trasformati adeguatamente per raccontare storie nuove. Con una corretta e necessaria decisione, la rappresentazione fantastica e moderna è stata riunita con una dicitura unificante: Teatro di Figura; in questa entrano anche i burattini Classici.

3 Per tornare agli anni passati si sa che ogni burattinaio possedeva una serie di copioni manoscritti, certe compagnie addirittura detenevano 200 o 300 copioni che venivano letti durante le rappresentazioni per anni e anni, poi magari venduti ad altri burattinai che li riproponevano tali e quali, come fossero funzioni religiose; ora il giochetto non vale più.

Tutto cambia a una velocità impensabile ai maestri di allora; quindi si deve aggiornare sempre il linguaggio, ridurre (purtroppo) l’uso dei dialetti, adeguare i contenuti possibilmente rispettando il senso e i concetti antichi: lode alla giustizia e lotta ai prepotenti.

 L’umanità muta, ma i difetti umani restano: prepotenza, violenza, odio, arroganza, tradimento, eccetera, pure le positività sopravvivono anche se in misura inferiore, purtroppo: onestà, verità, amicizia, eccetera.

Vanno aggiornati anche il ritmo di recitazione, le giuste pause (sempre brevi), il maneggio misurato, frenetico solo nei momenti necessari. La durata delle commedie già ridotta va sempre seguita con attenzione; massimo da un’ora e trenta, a un’ora, e c’è già chi chiede meno…però l’artista, anche se disponibile, deve essere libero di completare una fiaba se si vuole che lo spettacolo ottenga il dovuto merito e possa risultare funzione educatrice al pubblico piccino.

4 Perché continuare a credere nella validità della Commedia dell’Arte?

I vari caratteri delle maschere: Fagiolino, Balanzone, Pantalone, Meneghino, Gioppino, Pulcinella, eccetera sono portatori di una serie di codici che descrivono i valori e vizi dell’umanità. Il burattinaio autore di un testo attuale può, a mio parere, usarli nella stesura di commedie inerenti all’attualità.

Credo che le commedie anche nuove possano essere lo specchio di quello che accade. Per esempio occorre un personaggio negativo, si adopra un generico che esprima crudeltà (perché nel Teatro Popolare si può esagerare). Per quanto riguarda l’Eroe positivo, il vincente sarà scelto tra i vari Pulcinella, Arlecchino Gianduia, Fagiolino. Un servo o collaboratore intrigante, Brighella, un saccente, pedante e logorroico Balanzone, un vecchio avaro Pantalone, eccetera. La commedia che deriva dall’antico Teatro greco, latino, era generalmente di cinque atti, ora è divisa in tre atti (anche due).

Nel primo atto si racconta: luogo, tempo, situazione generale e problema.

Nel secondo atto: situazione dopo evento negativo, sofferenze e dolori degli oppressi, scelta dell’Eroe che verrà aiutato anche da soggetti soprannaturali: Fate, Maghi o altri, il nostro personaggio principale dunque parte per affrontare il Male.

Terzo atto: incontro con il Male che verrà sempre vinto dall’Eroe predestinato. Aggiungo che l’Eroe cambia a seconda del luogo dove si rappresenta la commedia.

A Bologna, Fagiolino, a Modena Sandrone, a Bergamo Gioppino, a Milano Meneghino e avanti così.

Perché le maschere?

Anche gli attori del teatro antico indossavano maschere, che oltre ad amplificare la voce, svelavano subito l’identità e il carattere del personaggio perché gli spettatori potessero parteggiare per uno o per l’altro. Così anche negli spettacoli dei burattini la fine è sempre prevista con l’aggiunta del Deus ex Machina, ovvero il bastone. A mio modestissimo parere, il burattinaio classico arriva a considerare i suoi burattini parte della vita, non se ne separa mai; li tiene in alcuni bauli che di tanto in tanto riapre per incontrare i suoi amici di legno; io, che sono far quelli che si costruiscono i personaggi, ritengo un dovere conservarli. A volte qualche appassionato mi chiede di dargli una testina, magari vecchia, non sa che ogni burattino usato da anni, non lo lascerò; a tale proposito con la pratica della scultura i nuovi sono a volte più belli dei miei vecchi, non li scambio, mi sembrerebbe di abbandonare un pezzo della vita. In parole povere i burattini sono come si dice una “famiglia allargata”.

5 In conclusione con una muta di 30 o 40 burattini si possono rappresentare spettacoli antichi rinnovati o sperimentazioni necessarie.

 Per diventare un buon artista burattinaio bisogna anche sbagliare e correggere, sperimentare e insistere eliminando tutto ciò che vorremmo fare, ma sappiamo che non ci è possibile. Tenersi informati, assistere al lavoro di altri artisti, copiare bene, ma il copiato non deve portare a realizzare commedie a pappagallo, ma a comprenderne quello che c’è di buono, (della banana si mangia l’interno e si butta la buccia). Questo porta ad una vera e propria evoluzione.

Per l’Artista possedere una buona cultura va certamente bene, ma questa deve essere accompagnata dalla curiosità, dalla capacità di ascolto, dall’auto controllo, da una buona dose di fantasia, da forza fisica, da voce adeguata e, non da ultimo, dalla capacità di riconoscere i propri limiti, il tutto condito da una intelligente modestia furbescamente contenuta. Che altro non è che intelligente consapevolezza.

Cordialmente, il Fantasioso Ignorante, ovvero Romano Danielli.