Su dramma.it pubblicato il nuovo articolo di Silvano Antonelli

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Silvano Antonelli è un poeta dell’ascolto. Sa cogliere i sussurri dei pensieri. È la lunga frequentazione militante, quotidiana, con i bambini – reale o solo fantasticata o proiettata – che l’ha indotto, come la più naturale delle vie, a raffinare questa sua personalissima dedizione al sentimento dell’infanzia. Con pudore e rispetto, sa smarrirsi e ritrovarsi nei boschi dell’immaginario bambino, così come nelle sue praterie dai labili confini. Ne coglie gli umori più riposti, li fa affiorare, li ridona.
Il suo è un teatro che prende per mano e conduce. Conduce anche lui, così come racconta nelle pagine che seguono.

Alfonso Cipolla

A mia insaputa

di Silvano Antonelli

Da bambino ero molto strabico. Molto. Per cui, a due anni e mezzo, mi hanno messo gli occhiali per cercare di raddrizzarmi un occhio.
Un po’ ci sono riusciti ma, probabilmente, mi è rimasta una sorta di strabismo mentale che mi fa vedere le cose in maniera un po’ strana.
Per cui anche al teatro di figura e a tutto quello che riguarda gli oggetti, ci sono arrivato guardando da un’altra parte: al teatro ragazzi.
Forse un occhio sembrava guardare in una direzione ma, in verità, senza saperlo, guardava contemporaneamente in un’altra.
Tant’è che ho passato decenni a non accorgermi della leggera differenza tra ciò che guardavo e ciò che vedevo…
Giovanni Moretti, con cui ho condiviso pensieri durante tutto l’arco della vita, ogni tanto mi diceva che io facevo teatro di figura a mia insaputa.
Ogni tanto, peraltro, venivo invitato in qualche festival di teatro di figura e mi sentivo sempre un po’ un intruso.
In uno di questi festival, alla fine di uno spettacolo, rispondendo a una domanda mi è venuto da dire che facevo “teatro ragazzi con prolunghe”.
Sia come sia è come mi fossi, nel tempo, arreso dolcemente all’idea che, nel mio percorso teatrale, ci fosse di mezzo il teatro di figura.

Provo a raccontare questa “resa”, questo scivolamento, passo dopo passo, nel tempo.

Primo passo:
A 19 anni sono entrato nel “Teatro dell’Angolo” di Torino che però, allora, si chiamava “Compagnia dei Burattini di Torino”. E mi sono ritrovato in mano dei burattini e degli oggetti che dovevo “muovere”.
Sembra un paradosso ma, la prima volta che Giovanni Moretti, fondatore della Compagnia, mi ha visto “muovere”, mi ha detto:
“Silvano…si va bene…ma magari quando parli… muovi l’oggetto che hai in mano”.
Questo per dire del livello sottozero di quelle origini. La giovanile, totale, ignoranza da cui sono partito. Ma anche l’incredibile scommessa di chi aveva pensato che, perché nascesse un nuovo teatro, occorresse un nuovo tipo di attore. Che si nutrisse di grandi esempi teatrali ma, contemporaneamente, si sperimentasse nel rapporto quotidiano con il proprio destinatario bambino.
Dopo un po’, comunque, avevo imparato a mettermi in relazione con quelle “cose” che tenevo in mano.
E mi divertivo anche.
Ma, nonostante mi divertissi, non è lì che mi si sono appassionato al teatro di figura.

Secondo passo:
Ognuno di noi, nella sua piccola storia personale, ha una sorta di proprio mito delle origini.
Quel momento in cui ti sembra di capire cosa vuoi veramente fare.
Per me quel momento è arrivato verso la fine degli anni ’70.
Erano alcuni anni che facevo teatro e mi ero stancato dell’idea che gli spettacoli funzionassero, più o meno tutti, secondo un sistema binario formato da due linee parallele. Su una linea stava scritto: “Che cosa racconto?”.
Sull’altra: “Come lo racconto?”.
Siccome facevo molti laboratori nelle scuole e avevo molte insegnanti amiche ho detto ad alcune di loro: “Sentite…per questa volta mi lasciate, per favore, non fare…niente? Entrerò in classe senza avere in mente una precisa attività da svolgere. Cercherò solo di creare delle atmosfere”.
Loro mi hanno guardato un po’ stranite ma mi hanno lasciato fare.
Sono entrato in una quarta elementare e i bambini mi hanno guardato in modo sospettoso. Non capivano dove volessi andare a parare. C’era un grande silenzio.
Io non parlavo. Ho visto un foglio di carta sulla cattedra. Un foglio bianco. L’ho preso.
L’ho accartocciato e l’ho buttato per terra. I bambini hanno fatto un sobbalzo.
Allora mi è venuto in mente di riprendere il foglio. L’ho raccolto da terra.
L’ho “stirato” con la mano, appoggiandolo sulla cattedra. E ho cominciato a strapparlo lentamente. Piano, piano. Pezzettino per pezzettino. I bambini hanno seguito lo strapparsi del foglio come stessi strappando cose molto più impegnative. Come una sorta di “sacrificio”. Erano impietriti.
Un foglio appallottolato lo puoi “stirare” e torna, più o meno, come prima. Un foglio strappato non esisterà mai più.
Lì mi è parso di capire che i bambini conoscessero, attraverso vie a me sconosciute, una sorta di concetto di “essenzialità”, di “crudeltà”. Senza avere letto testi di teoria teatrale.
Mi è sembrato fosse una strada che si potesse percorrere. Una strada che mi appassionava molto. Per cui ho continuato a fare esperimenti di quel genere.

Terzo passo:
Continuando in quei pensieri sono arrivato a fare anche esperimenti un po’ estremi.
Anche in luoghi tipo gli Asili Nido. Dove i bambini non possiedono alcuna convenzione teatrale e tu, quando fai  teatro per loro, devi comprendervi dentro tutti i codici e i linguaggi per vivere quell’esperienza. Devi tenere dentro tutto.
E, per me inaspettatamente, i bambini del Nido sono come se avessero messo una bomba a mano sotto tutte le mie idee di teatro.
Soprattutto sotto all’idea di “testo”.
Quell’idea binaria di cui parlavo prima si è come allontanata sullo sfondo e mi si è, improvvisamente, parata davanti un’altra immagine.
Quella che l’idea di “testo” venisse sostituita da una “partitura di emozioni” sul cui rigo ci stavano, con la stessa dignità e la stessa importanza, le azioni che io facevo, l’uso dello spazio, gli oggetti che utilizzavo, i suoni, i movimenti. E persino le parole che dicevo che, a quel punto, diventavano esse stesse delle cose concrete, quasi degli oggetti.
Tutte quelle cose era come stessero lì, compresenti, sullo stesso rigo.
Elementi diversi di un unico concerto.
Come se il teatro assomigliasse di più alla musica che al teatro.
E gli oggetti che usavo, tutte le cose che utilizzavo, non mi sembravano più dei veri e propri oggetti ma delle specie di “totem”.
E allora mi sono fatto una fantasia. Quella che, frequentando i bambini, si risalisse all’origine della fascinazione teatrale.
I bambini scartavano naturalmente da un’idea letteraria del teatro per riportarlo a una dimensione antropologica. A un bisogno profondo dell’essere umano.
Quei momenti, quegli esperimenti mi hanno segnato profondamente e, profondamente, hanno inciso sul teatro che, da lì in poi sono andato inventando e facendo.

Quarto passo :
Andando in quella direzione si sono date, nel tempo, due conseguenze. Inizialmente seguite per istinto e, poi, con sempre maggiore consapevolezza.

La prima conseguenza è stata quella di allestire spettacoli utilizzando mono-materiali.
Tipo lo spettacolo Perché?. Fatto tutto con carta di giornale.
Il giornale “divideva” un padre da un figlio.
Il figlio faceva un mucchio di domande. Il padre voleva leggere il giornale in pace ma queste domande finivano per far si che il padre, per rispondere, cominciasse a manipolare il giornale che teneva in mano. Dando vita a milioni di fantasie.
Oppure lo spettacolo “Tanti Auguri”, che era la storia di un padre e una madre che cercavano il figlio, il giorno  del suo compleanno, per fargli un regalo.
Ma il figlio era sotterrato da un mucchio di pacchi regalo fatti cadere in scena da un nastro trasportatore.
Il gioco era quello di rappresentare tutte le cose preziose che non si possono regalare attraverso dei pacchi regalo che evocavano qualsiasi cosa, qualsiasi situazione.

La seconda conseguenza sono stati gli spettacoli mono-cromatici.
Uno si intitolava Cappuccetto Arrosto.
Parlava dell’”esplosione” e del mescolamento di tante fiabe con la vita reale e tutte le cose in scena erano di colore rosso.
Un altro spettacolo si intitolava In mezzo al mare.
Parlava del nuotare quotidiano di ognuno di noi per stare a galla nella vita.
Per cercare di essere coerenti. Come quei genitori che dicono ai figli di comportarsi bene e di essere gentili e, poco dopo, insultano l’automobilista che li sorpassa.
In “In mezzo al mare” gli oggetti erano tutti diversi ma erano tutti di colore blu.
Come fosse il mare della quotidianità del mondo.

Quinto passo:
Attraverso questi percorsi, alla fine, sono completamente deragliato a pensare che nel teatro la “logica dell’azione” fosse molto superiore alla “logica del pensiero”.
Cioè che io potevo, in scena, intestardirmi a voler dire una certa cosa o a fare una certa scena ma c’era qualcosa che voleva essere detto da solo. In qualche modo indipendentemente da me.
A me competeva il compito poetico di scovare quel senso nascosto.
Il momento in cui ho avuto l’evidenza di questa sensazione è stato mentre stavo provando lo spettacolo: Strip.
Strip, per me, ha avuto un’importanza particolare.
Si trattava di uno streap-tease di “ricordi d’infanzia” contenuti in otto vestiti che io indossavo e nei molti oggetti che questi vestiti contenevano.
Mentre provavo lo spettacolo c’era un martello, che avrebbe evocato una certa scena, che avevo messo in una tasca di una giacca.
Nel muovermi, durante le prove, questo martello cadeva sempre. Sempre.
Cadeva per terra. Sembrava non volesse stare nel posto che gli avevo assegnato.
Ho provato a farlo stare lì in tutte le maniere. Per il nervoso una volta l’ho anche scagliato contro il muro. Ero giovane ed ero un po’ più irruento di adesso. Non c’era verso.
Ad un certo punto ho capito che dovevo cambiare prospettiva.
Ho guardato il martello e gli ho chiesto: “Ma tu dove diavolo vuoi stare?”.
E ho cercato il posto in cui poteva stare senza che cadesse in continuazione.
Mettendolo lì, in quell’altra tasca, mi sono accorto che, di fianco, c’era un altro oggetto che non avevo preso in considerazione. Quell’altro oggetto portava alla modifica di una scena dello spettacolo a cui non avevo assolutamente pensato.
Una cosa drammaturgicamente perfetta.
Piano, piano era come se risolvere un problema legato all’azione mi avesse consegnato il senso stesso di un pezzo di spettacolo…
Non voglio fare l’esoterico ma, per me, era come se in quel momento tutti i pensieri si fondessero in una cosa sola.
Come se il teatro che andavo cercando acquistasse una autonomia di linguaggio.
Non un “mettere in scena”, non un trasporre pensieri, ma un “nascere dalla scena”.
Dalla materia autonoma di cui la scena è fatta.

Ultimo (provvisoriamente) passo:
Lo spettacolo Storia di un Palloncino.
Quasi una sintesi di tutto quello che finora ho provato a raccontare.
Lo spettacolo è fatto tutto con palloncini.
C’è un palloncino azzurro che vuole sempre volare via. Ed effettivamente può volare, perché è gonfiato con l’elio. Gli altri palloncini stanno a terra.
Tutto il mondo vuole che i palloncini stiano con i piedi per terra e non volino.
Dopo pochissimo è evidente a tutti che il palloncino è un bambino. Un bambino-palloncino che cerca di volare via.
E io, che racconto la storia, devo stare molto attento al fatto che non mi sfugga veramente di mano.
Anche qui c’è un mono-materiale: i palloncini.
Ma qui c’è una cosa in più. C’è un rischio. Un rischio grosso, perché il palloncino può davvero volare via. Se mi scappa dalle mani vola verso l’alto e non lo prendo più.
Ho fatto centinaia di  repliche di questo spettacolo e il Palloncino Azzurro mi è volato via una volta sola. Perché sono rimasto abbagliato da un faro.
Naturalmente era un’eventualità prevista e avevamo un palloncino nascosto, uguale a quello volato via. La sua controfigura.
E lì l’abbiamo usato per l’unica volta.
Ma a me l’idea che ci sia una dimensione del teatro in cui tutto si fonde, in cui la forma, la sostanza, il significante, il significato siano una cosa sola è l’utopia che continuo a inseguire.
Quell’utopia che, però, non avrebbe senso senza il “rischio”.
Quello che, se uno fosse nel circo, sarebbe il rischio del trapezista che potrebbe cadere per terra.
Qui non muore nessuno ma il palloncino può volare via. Quella cosa lì sta succedendo davvero.

Continuo a sognare queste cose. Continuo a immaginare un teatro in cui tutti gli elementi che lo compongono si fondano in una cosa sola. In una parola che non conosco.
Che posso solo desiderare.
Per questo continuo a inseguirla, tenendo da solo, con una mano dietro la schiena, un bastone che mi fa pendere davanti al naso un’illusione.
Quella parola imperfetta di cui sono sempre alla ricerca quelli che fanno teatro.