Su dramma.it pubblicato il nuovo articolo di Romano Danielli: Scrittura o aggiornamento di un testo classico per burattini

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Scrittura o aggiornamento di un testo classico per burattini

Scritto da Romano Danielli.

Romano Danielli è il maestro per antonomasia. Non è un burattinaio, è il teatro dei burattini di Bologna, anzi il teatro “classico” dei burattini di Bologna, come ama definire lui quella linea di continuità stilistica che pur evolvendosi, dal passato è giunta fino a noi. Si tratta di un teatro ancora vivissimo, innervato dai suoi saperi e dalla sue memorie che ha trasmesso generosamente insieme a una comicità surreale tutta sua che rende i burattini veramente burattini: folli, grotteschi, innaturali eppure naturalissimi. Memorabile una sua Ginevra degli Almieri: un drammone ottocentesco da lui riesumato mescolando il dramma, che pur rimane nella sua spietatezza, a un’esplosione comica irrefrenabile. A metterla in scena, e a mantenerla in repertorio, è l’Accademia della Scadizza (crusca in bolognese), una compagnia molto sui generis formata da tutti i burattinai di scuola bolognese che eccezionalmente si riuniscono intorno a Romano Danielli per dar vita a veri e propri eventi teatrali.

Alfonso Cipolla

Scrittura o aggiornamento di un testo classico per burattini

di Romano Danielli

All’età di 84 anni non so ancora spiegarmi  cosa mi abbia portato ad entrare  a far parte del mondo dei burattini: da gioco al lavoro, da puro svago all’impegno di una vita. Credo che ogni uomo o donna, nascendo, si porti appresso alcuni segni che arrivano dal passato della propria generazione: un “virus buono” che definiamo “predisposizione”. Parola che dice tutto e niente.

Quando iniziai a ”burattineggiare” non per gioco, ma con il desiderio di apprendere, conoscevo vagamente solo i burattini, le marionette, i pupi. Appena avuta l’occasione, entrai in baracca: uno dei tanti teatrini stabili montati nelle piazzette di Bologna, nel quale si lavorava d’estate per circa tre mesi, presentando ogni sera una commedia diversa.

A quei tempi, portavamo addosso la polvere delle distruzioni causate dai bombardamenti e la città mostrava ancora le sue ferite, ma la volontà di rinascere era fortemente sentita e necessaria.

Il primo spettacolo che vidi fu una sorpresa: ciondolando una sera vicino al centro della città, precisamente in via Marconi (ex via Roma) mi capitò di vedere uno di questi teatrini piazzato nel bel mezzo delle rovine; rimasi incantato, lo scenario era irreale, la flebile luce di alcune lampadine m’affascinò. Più tardi il burattinaio mi permise di entrare in quel modesto “tempio” e lì iniziai.

Umberto Malaguti era stato in passato un attore di prosa, notai che aveva imposto a tutti un rigore e un rispetto che a me parve eccessivo. Aveva ragione lui.

In quei tempi in Emilia Romagna lo spettacolo dei burattini era assai diffuso e spesso si raggiungevano i 300-400 spettatori (paganti). Ricordo la famiglia dei Ferrari ancora operante, i Sarzi (Otello e la bravissima Gigliola), i Preti e i Maletti nel modenese. A Bologna Gualtiero Mandrioli, un Fagiolino importante particolarmente nelle commedie drammatiche, la famiglia di Ciro Bertoni, perfetti nel maneggio, i Rizzoli, Presini e uno stupendo Fagiolino interpretato da Febo Vignoli. Andando in Romagna i Monticelli, marionettisti e burattinai ancora in auge, poi altri certamente. La mia formazione, ancora incompleta, è maturata assistendo ai loro spettacoli, rilevando le diversità interpretative nei repertori.

Ora da vecchio burattinaio mi permetto di esprimere alcune personali osservazioni dovute ai settanta, più o meno, anni di attività. A parte qualche sperimentazione con modesti risultati, il mio lavoro l’ho sempre esercitato con i burattini tradizionali; anche se la dicitura “tradizione” non si confà con l’oggetto in questione.

Tradizionali sono le sagre paesane, le faste religiose o profane: feste antiche come la porchetta distribuita al popolo, i vari palii, i carnevali e altro. Lo spettacolo dei burattini dovrebbe essere denominato ”Teatro classico di burattini”.

Come sappiamo una rivoluzione importante nel teatro è stata l’invenzione della Commedia dell’Arte che affascinò quasi tutte le nazioni europee; ebbene il teatro dei burattini è la continuazione povera di quel fenomeno artistico; infatti Arlecchino, Pulcinella, Pantalone e gli altri, sono i simulacri nelle baracche degli artisti di quel tempo. I miei maestri sostenevano con forza che i burattini erano solo quelli delle maschere citate.

Per tornare agli anni passati, ogni burattinaio possedeva una serie di copioni manoscritti, certe compagnie addirittura detenevano 200 o 300 copioni che venivano letti durante le rappresentazioni per anni e anni, poi magari venduti ad altri burattinai che li riproponevano tali e quali, anche perché il pubblico desiderava rivedere opere che rinnovavano emozioni e ricordi passati: una specie di cerimonia mistica, che non necessitava di cambiamenti.

I tempi sono mutati, i vecchi copioni manoscritti pur se degni di nota, non sono più presentabili per varie ragioni: trattano argomenti poco interessanti; intendo dire che allora il pubblico non disdegnava che si mettessero in scena opere che traevano spunto da testi teatrali di prosa borghese: affari di famiglia, drammi tratti da casi veri poi trasportati abilmente dal burattinaio, ma che nulla avevano a che fare con l’arte dei burattini. Ad esempio, in una commedia dal titolo (se non erro) La luna del 13 marzo, Fagiolino è avvocato difensore in un processo per omicidio; altra commedia che già allora mi infastidiva era Il piccolo Lord, storia di un fanciullo che tornato a vivere col nonno, maresciallo in pensione che chiudeva l’atto con una insopportabile duetto in lode della gloria militare e della guerra.  Questi esempi valgono per tanti altri lavori, ma mi ripeto confermando che il pubblico così voleva e allora onore e rispetto per gli artisti di quel periodo.

Ma adesso tutto cambia a una velocità impensabile ai maestri di allora; quindi si deve aggiornare sempre il linguaggio, ridurre (purtroppo) l’uso dei dialetti, adeguare i contenuti possibilmente rispettando il senso e i concetti antichi: lode alla giustizia e lotta ai prepotenti.

L’umanità muta, ma i difetti umani restano: prepotenza, violenza, odio, arroganza, tradimento… Pure le positività sopravvivono anche se in misura inferiore: onestà, verità, amicizia…

Vanno aggiornati anche il ritmo di recitazione, le giuste pause (sempre brevi), il maneggio misurato, frenetico solo nei momenti necessari. La durata delle commedie già ridotta va sempre seguita con attenzione; da un’ora e trenta, a un’ora, e c’è già chi chiede meno… Però l’artista, anche se disponibile, deve essere libero di completare una fiaba se si vuole che lo spettacolo ottenga il dovuto merito e possa risultare funzione educatrice al pubblico piccino.

Perché continuare a credere nella validità della Commedia dell’Arte?

I vari caratteri delle maschere: Fagiolino, Balanzone, Pantalone, Meneghino, Gioppino, Pulcinella, eccetera sono portatori di una serie di codici che descrivono i valori e vizi dell’umanità. Il burattinaio autore di un testo attuale può, a mio parere, usarli nella stesura di commedie inerenti all’attualità.

Credo che le commedie anche nuove possano essere lo specchio di quello che accade. Per esempio occorre un personaggio negativo, si adopra un generico che esprima crudeltà (perché nel teatro popolare si può esagerare). Per quanto riguarda l’Eroe positivo, il vincente sarà scelto tra i vari Pulcinella, Arlecchino Gianduia, Fagiolino. Un servo o collaboratore intrigante, Brighella, un saccente, pedante e logorroico Balanzone, un vecchio avaro Pantalone, eccetera. La commedia che deriva dall’antico teatro greco, latino, era generalmente di cinque atti, ora è divisa in tre atti (anche due).

Nel primo atto si racconta: luogo, tempo, situazione generale e problema.

Nel secondo atto: situazione dopo evento negativo, sofferenze e dolori degli oppressi, scelta dell’Eroe che verrà aiutato anche da soggetti soprannaturali: fate, maghi o altri. Il nostro personaggio principale dunque parte per affrontare il Male.

Terzo atto: incontro con il Male che verrà sempre vinto dall’Eroe predestinato. Aggiungo che l’Eroe cambia a seconda del luogo dove si rappresenta la commedia.

A Bologna, Fagiolino, a Modena Sandrone, a Bergamo Gioppino, a Milano Meneghino e avanti così.

Ma veniamo al più importante discorso. Come si può ora scrivere una commedia per burattini che salvi i valori delle maschere italiane e rimanga fedele alla storia dell’opera con teste di legno?

Quando si mette mano a un classico antico si deve operare con l’attenzione e leggerezza dell’archeologo partendo dalla convinzione che fra i nostri predecessori molti operarono con capacità ed intelligenza, erano maestri del “riassunto”, pertanto è necessario salvare tutto quello che è fondamentale per la chiarezza dell’opera; si eliminino le lungaggini inutili, si attualizzi il linguaggio e gli orpelli verbali eccessivi (che anticamente piacevano molto), insomma si deve ridurre al massimo la verbosità dell’opera.

L’essenza, la matrice dell’opera del burattino si può vedere ancora nelle “guaratelle” napoletane. In quel caso il rapporto burattino (Pulcinella) e i soliti compagni di contorno (Teresina, Malamente, Gendarme, Diavolo, Boia, Morte, Cane e pochi altri) sono sufficienti al guaratellaro, (o guaratellara, perché ci sono anche brave donne burattinaie) ad allestire uno spettacolo vivace e pieno di significati con la massima semplicità: l’uso poi della pivetta rende comprensibile a tutti il verbo pulcinellesco. Questo però è un mondo che se pure m’affascina è lontano dalla realtà bolognese che mi compete.

Il nostro teatrino è il classico all’italiana con sipario, quinte, arie e fondali pitturati che si possono cambiare a vista pertanto non facilmente trasportabile.

Il burattinaio dovrebbe possedere una “muta” di almeno ventuno o venticinque burattini. Con detto materiale si appresta a scrivere una nuova storia o ad adattarne una vecchia. Fra i soggetti utilizzabili non possono mancare: Fagiolino, Sganapino, Balanzone, Sandrone, una donna popolana e una principessa, una vecchietta-strega, un mago, il gendarme, Re e Regina, un tiranno, uno o due Briganti un giovane di bell’aspetto; poi Pantalone, Brighella, in aggiunta ad altri chiamati “generici”. Va detto che al posto dei primi quattro personaggi citati ogni artista userà gli eroi del suo territorio.

Perché le Maschere?

Anche gli attori del teatro antico indossavano maschere, che oltre ad amplificare la voce, svelavano subito l’identità e il carattere del personaggio, perché gli spettatori potessero parteggiare per uno o per l’altro.

Inoltre le antiche Maschere dell’Arte si portano appresso il retaggio di caratteristiche e comportamenti che male si addicono alla attualità, anche se nella modernità: soprusi, ingiustizie e miserie, sono addolciti o bene celati. Molte volte spettatori adulti troppo sensibili sono in disaccordo con l’uso del bastone che il burattino fa frequentemente; ho detto uso, non abuso. Evidentemente questo deux ex machina degli umili non deve essere utilizzato a sproposito; in ogni evenienza la sensibilità dell’artista deve moderare alcuni atteggiamenti degli eroi in questione. Certamente le Maschere, come ho accennato, si portano appresso caratteristiche che erano concrete un tempo. Per esempio Fagiolino viene spesso etichettato come “birichino”, espressione assai piacevole, ma non si considera che nell’Ottocento detti soggetti erano dei malandrini che sbarcavano il lunario non sempre onestamente; infatti Fagiolino celava sempre in tasca “al ciuléin” (il coltello) così come Brighella minacciava: “ora con la me lèngua de manzo te sbuèlo”, anche quello era un pugnale, pure il mite Pantalone l’ho trovato in una commedia del Cinquecento che minaccia con il “pistolese”: un pugnale. Per concludere tornando all’uso del bastone, si deve considerare che in quei tempi i poveri, i servi e mendicanti venivano spesso bastonati dai padroni. A loro difesa, per esempio, Fagiolino e Arlecchino, due eterni diseredati: uno usa il mattarello (oggetto da cucina per tirare la sfoglia) e Arlecchino il batocio (secondo alcuni è l’attrezzo per sollecitare le pecore ad aumentare l’andatura, secondo altri è il bastone per girare la polenta). Altri tormentoni dei nostri eroi di legno: riempire la pancia e bere buon vino. Il problema del cibo c’è ancora, ma non si può dimenticare quando i contadini morivano di pellagra perché non potevano mangiare carne mentre i ricchi soffrivano di gotta per mangiarne troppa. Il vino, anche di pessima qualità, per la plebe era l’unico ristoro alle sofferenze. Attualmente quando il nostro eroe di legno inneggia al vino io ne limito l’uso.

Quando decido di scrivere una nuova commedia per burattini mi attengo il più possibile al loro percorso storico: nelle piazze con imbonitori, nelle osterie, nelle case proibite, nella necessità di sopravvivenza dall’umanità che li ha ideati.

Innanzi tutto deve svilupparsi un pensiero, un’idea e innamorarsi di una storia che possa interessare al pubblico.

Porto come esempio di come mi frullò in mente una favola popolare. Una notte dopo avere fatto uno spettacolo a Grado, tornando un furgone col collega Mattia Zecchi mi ricordai di una favola classica dei burattini bolognesi: Fagiolino barbiere dei morti,  molte volte replicata dai maestri burattinai. Si dice sia di Angelo Cuccoli, come sempre io non do per scontata l’unica provenienza dell’autore perché le opere dei burattini sono il frutto di cose viste in passato, aggiornate, personalizzate, ma ho il sospetto che sia la riduzione da una commedia dei comici dell’Arte o da racconti di affabulatori girovaghi.

Personalmente non ho mai apprezzato il lavoro perché non sono mai riuscito a proporlo in modo soddisfacente: non riuscivo. In ogni modo devo ammettere che altri burattinai, ad esempio il già citato Febo Vignoli, seppero proporlo con successo.

Come dicevo, a un certo punto assopito per il lungo viaggio e dalla stanchezza, o perché abbagliato dai fari delle auto che correvano dall’altra carreggiata della strada, dissi: “ Tutte le fiabe cominciano con la frase c’era una volta”… Poi con la solita punturina di follia, che da un po’ di tempo mi colpisce, aggiunsi: “C’era una volta un castello cerato”… Mattia che è sulla stessa mia strada dell’innocente follia, aggiunse: “C’era una volta a Dovera, un castello cerato”… Un tormentone che ascoltò in uno spettacolo del bravissimo collega Marco Iaboli che attualmente fa parte della banda legnosa bolognese. Fui in quell’istante ingravidato e pensai a una diversa storia del Barbiere dei morti cuccoliano. Da quel momento il viaggio fu meno noioso.

Dunque in un castello vive un duca cattivissimo, che odia la miseria. Sandrone è il suo servo costretto a subire le perfide angherie del nobile.

In ogni racconto o commedia l’autore deve sempre prevedere che accada un fatto strano da avviare lo scritto verso una minima logica e che sia occasione di entrata in scena dei futuri burattini. Il duca ordina una pulizia del pavimento perché la sera offrirà una festa ai suoi pari.

Arriva Brighella nelle vesti, guarda caso, di venditore ambulante di barattoli di cera. Naturalmente per non tradire la sua caratteristica Brighella, riesce e piazzare la merce e a imbrogliare sul prezzo. Sandrone prepara il pavimento, ma è tanto cerato che tutti scivolano e si crea un fatto comico. A questo punto saltando da “palo in frasca”, arriva una vecchina a chiedere elemosina, sarà scacciata dal duca, ma questa è una maga che per punirlo creerà un incantesimo: il castello cadrà in rovina e al perfido crescerà una lunghissima barba: il maleficio resterà fino a che un buon popolano coraggioso e disperato non la taglierà.

Sipario del primo atto.

Secondo atto.

In un bosco vicino a Cera, arriva Fagiolino, che fuggito da Bologna perché inseguito da creditori e gendarmi, non sa che fare, è affamato e il caso vuole che nei pressi si sia una locanda gestita da una vecchia sporcacciona, fingendosi un ricco viaggiatore, – bisogna pur mangiare – ordina un lauto pranzo. La cuoca entra in cucina e Fagiolino, nell’attesa, deve vedersela con uno sbirro, ma furbescamente riesce a farla franca.

In seguito incontrerà Balanzone che gli consiglierà di tentare di levare la maledizione del castello per diventarne il padrone. Naturalmente l’eroe in questione riuscirà nell’impresa e com’è consueto chiuderà in bellezza.

Sipario.

Questo è il riassunto stretto e non racconta di come e perché Fagiolino vince, posso aggiungere che la solita vecchietta gli chiede elemosina e lui la invita a entrare nella locanda e mangiare che poi sarà lui a passare per pagare il conto; una birichinata che dimostra il solito buon cuore.

Questa è una delle ultime cose scritte, ma ho già pronto il testo storicamente inattendibile di una scoperta dell’America…

Dopo tanti anni ho capito che lo spettacolo dei burattini dovrebbe essere un esempio povero del “nonsense”, dell’assolutamente “inattendibile, irreale”.

E il consiglio che posso azzardare è la giusta misura del comico, umorismo spontaneo. A mio parere il burattinaio è come il cuoco bravo che sa dosare gli ingredienti; se una situazione fa ridere, mai ripeterla nella stessa serata, non compiacersi troppo, lasciare che il pubblico la possa gustare e capire, non abusare del successo ma, come si usava dire: “lasciare che agli ospiti rimanga un tantino d’appetito”…

Concludo con una battuta che aggiunsi all’ultimo momento a una commedia che trattava di duelli alla spada: uno spadaccino francese affronta il Cavaliere cattivo e purtroppo cade trafitto dall’avversario; prima di cader morto esclama in un francese che ve lo raccomando: “Ah, moi purtròpp crèp… susètte !”  

Una stupidata che fece scattare una risata generale. Misteri del teatro, della comicità e dei tempi recitativi del burattinaio.