Riflessioni sulla storia dei territori. Di Rosellina Leone

La giornata della marionetta 2021 ha aperto strade e riflessioni fondamentali. Mi propongo per collaborare come socia al gruppo di lavoro Patrimonio, Archivio UNIMA e Ricerca. Mi interessa molto la parte storica per due aspetti: il primo è la conservazione e la messa in ordine del materiale a disposizione, tutto ciò che riguarda l’archivio UNIMA Italia e la memoria; il secondo aspetto riguarda l’interpretazione storica o meglio il racconto degli eventi territorio per territorio. Questo secondo aspetto è interessante perché richiede una ricerca capillare, di tutto ciò che non è visto, che risulta invisibile, che se non documentato non può essere raccontato. Da anni, la mia personale ricerca si sta soffermando su quella parte della storia non vista e non raccontata. Per capirci meglio credo che esiste una storia ufficiale, quella che emerge, quella che è pubblicizzata e una storia meno ufficiale, più nascosta, meno raccontata. Tutti gli avvenimenti messi insieme raccontano un’unica nostra storia, di un unico paese, che non tiene conto dei punti cardinali, Nord, Sud, area occidentale, area orientale, ma tiene conto dei luoghi, dei territori, delle caratteristiche morfologiche, dove il racconto cambia perché c’è più acqua o meno acqua, perché la terra è più argillosa o più sabbiosa, il racconto cambia se si tratta di zone industriali o di zone agricole, il racconto cambia se sul territorio esistono case editrici grandi e piccole. Ci sono autori scrittori, riviste di arte, letteratura, teatro meno noti, che hanno un riscontro solo territoriale, e spesso si parla, si sintetizza con una parola “provincialismo”. Bene, io mi sento una piccola archeologa di questo mondo sommerso, invisibile, meno noto, meno conosciuto, meno esplorato e le scoperte sono tante. Un piccolo depliant può raccontarti molto, una piccola casa editrice pubblica libri meno noti, meno conosciuti, così la storia passa attraverso i documenti, le tracce, se queste non sono state fermate noi non le troveremo e non potremo raccontare, se noi non raccogliamo le testimonianze di chi ha partecipato ad eventi, a processi costruttivi, noi non lo sapremo. Così penso al bisogno di raccogliere in scritti e volumi anche la storia del teatro di figura, molti i libri scritti, per fortuna, molti i libri documento, gli articoli conservati, i depliant, i manifesti, ma ancora c’è tanto da raccontare, da esplorare di mondi non raccontati, non visitati, che pure esistono, in mezzo ai boschi della Sila o nelle scuole della Val d’Agri o nella costiera amalfitana o nella costiera ligure. Ogni compagnia ha racconti da fare. I festival di teatro di figura che hanno segnato la storia e che non sono nei libri vanno cercati, documentati, esplorati.

Ogni territorio ha la propria storia ed è fondamentale mettere in comune le proprie esperienze, raccontarle e documentarle. Nei cassetti, nei piccoli archivi, negli armadi, negli scaffali sono custodite storie preziose, che vanno raccolte, spolverate e raccontate. Ora sicuramente è molto importante:

1) ricostruire la storia di UNIMA Italia attraverso i documenti e le testimonianze;

2) raccontare territorio per territorio i festival di teatro di figura passati, presenti e futuri;

3) recuperare la storia dei musei e delle collezioni private del teatro di figura;

4) recuperare le storie delle famiglie di pupari e di burattinai, di operanti nel teatro di figura e del teatro viaggiante.

Credo che le storie, i racconti e i documenti sono tanti ma occorre metterli in ordine e raccontarli. Da tempo mi sto interrogando sulla storia del nostro territorio, credo che sia molto ricca, ma va scritta e raccontata. UNIMA Italia è un’Associazione capace di sostenere in tutte le occasioni questi racconti, che spesso sono “orali”, ma se desideriamo tramandarli occorrerà raccontarli scrivendo. Questi i motivi perché desidero candidarmi per far parte del gruppo di lavoro UNIMA Italia per l’archivio e la storia. Mi piace molto parlare e scrivere, ma non sono né una storica né una studiosa, sono una burattinaia in pensione, che ha condotto molti laboratori e conosciuto tante realtà diverse. Avrei potuto anni fa preoccuparmi di documentare e me ne rammarico molto, avevo iniziato con Remo Melloni a fare ricerche, poi come spesso accade, la vita ti prende su vari fronti e dimentichi, poi i ricordi riaffiorano e ora eccomi qua, grazie all’idea di dar vita al gruppo di lavoro Patrimonio, Archivio UNIMA e Ricerca mi è ritornata la memoria.

Altre riflessioni

Io sono fortunata, nel mio paese c’è un signore che con la passione della fotografia e dei “filmini”, prima in pellicole, poi in cassette, poi in DVD, ora in digitale ha documentato e conservato la nostra piccola, grande storia; i miei genitori hanno conservato i libri dei loro amici, i dattiloscritti, i documenti politici, le lettere, i depliant e i cataloghi di grandi mostre e anche di piccole ed invisibili mostre. Tutto ciò forse potrà essere utile per raccontare una storia che potrebbe essere dimenticata.

E ora entro in merito a due mie grosse riflessioni e preoccupazioni, una è sul tempo che cambia, sul veloce cambio dei mezzi di comunicazione e l’altra riflessione riguarda il concetto del sé.

Il tempo che cambia. – Ho iniziato a fare teatro che c’era la macchina da scrivere, e le copie delle lettere le facevamo con la carta velina, per stampare i depliant, usavamo il ciclostile, poi un giorno sentimmo parlare del fax e arrivò a Milano un fax da Napoli in tempo reale, non credevo ai miei occhi. Per anni abbiamo inviato i fax nelle scuole per pubblicizzare i programmi, poi eccolo, arriva il computer, ricordo che l’Agis di Milano organizzò un corso per imparare ad usare i computer e si parlava di Olivetti, poi l’Olivetti è completamente sparita dal mondo dei computer, da qualche parte ho conservato le dispense di questo corso, poi arrivano i computer nei nostri uffici, poi l’email e così inviamo email alle scuole con i programmi, poi facebook, istagram poi whatsapp. Tutto cambia velocemente, per me il computer continua ad essere una macchina da scrivere ma vedo in giro meraviglie, poi il 2020 ci fa conoscere anche a noi, ignare creature, il mondo delle dirette online, le piattaforme zoom, dopo anni rivedi volti che non vedevi da tempo, riesci a partecipare all’Assemblea UNIMA Italia, riesci a partecipare alle riunioni, alle discussioni, ai dibattiti e un nuovo mondo si apre di nuovo. Credo che davvero anche la storia dell’Associazione UNIMA Italia abbia avuto una svolta con queste nuove tecnologie. Anni fa ci convocavamo con il telefono, poi con fax ed email, poi chi poteva muoversi partiva per partecipare alle riunioni, alle assemblee, una gran fatica, un via vai. Già mi sembrò miracolosa l’organizzazione della Giornata Mondiale della Marionetta a Maiori pubblicizzata con facebook, e arrivarono in tanti ma sempre si muoveva chi poteva. Quest’anno “il miracolo”, la Giornata Mondiale della Marionetta virtualmente a Parma, visibile a tutti con incontri, dibattiti, spettacoli e poi la sera Radio ResistiAmo, incredibile tutti potevano partecipare dalle proprie case. Come ha detto il nostro Presidente Cipolla, in fondo almeno in questo la pandemia ci ha aiutato: a farci ritrovare.

Il concetto del se. – È vero, il sentire che il proprio lavoro non è degno, ha accompagnato molto il teatro di figura, non sono la sola a dirlo. Spesso il materiale veniva distrutto perché non considerato, la stessa cosa è avvenuta in agricoltura, i nostri contadini si sono sempre vergognati del loro lavoro e così hanno distrutto il loro sapere, lo hanno voluto dimenticare e non lo hanno trasmesso. Ora si sta riprendendo coscienza dell’immensa importanza di tutte le conoscenze tramandate nel tempo. Conosco bene l’atteggiamento schivo di chi non vuole ricordare. Molto vari e diversi i motivi che nel tempo non hanno permesso la conservazione del sapere. Si racconta che perfino le marionette di Depero furono bruciate per riscaldarsi e in Basilicata le arpe antiche furono messe al fuoco perché vecchie e tarlate. Lo stesso destino è toccato ai vecchi telai, in breve, niente nostalgia ma occorre dire che il lavoro artigianale è stato spiazzato dal lavoro industriale, più veloce, più comodo, più remunerativo. “Il pezzo” unico dimenticato per “il pezzo” in serie. Questo destino è toccato anche ai pupi e ai burattini, le famiglie crescevano e i discendenti cambiavano mestiere e abbandonavano i corpi, le teste dei pupi, gli abiti, i copioni, in depositi o li svendevano ai rigattieri. Certo per fortuna non per tutti è andata in questo modo. Sarò irriverente ma ricordiamoci che negli anni 60 i recipienti di Moplen spiazzarono totalmente i recipienti di alluminio e di rame. Sempre difficile è conciliare il “vecchio” e il “nuovo”. Il fatto è che per un processo naturale, le cose vengono abbandonate, cambiate, rinnovate, poi qualcuno si chiede “cosa c’era prima?” e così si mette in moto il desiderio di andare a cercare e ricostruisce storie. Certo tutto è più lineare quando la storia viene scritta e documentata di volta in volta, ma non sempre accade, per varie ragioni nessuno scrive, nessuno racconta e ci si dimentica, poi un giorno trovi tantissime casse piene di pupi nei depositi del Museo di San Martino a Napoli e ti rendi conto di quanta ricchezza c’è stata, ma nessuno l’ha raccontata, documentata, gli anni passano e quei pupi continuano a stare nelle casse dei depositi. E poi vieni a sapere che nei sotterranei di Santa Maria La Nova, sempre a Napoli, c’è un museo allestito di tutto punto e grazie a un custode riesci anche a visitarlo. E lì, vedi appese le marionette, i pupi e le casse di carte e copioni che giacciono come abbandonati. Gli anni passano, piccoli, grandi interventi, richieste, proteste, riunioni di UNIMA Italia per salvare il patrimonio e poi tutto tace di nuovo. Un grande e meraviglioso Museo vivo e vegeto, attivo a Castellammare, voluto, curato, custodito da Aldo De Martino e Violetta Ercolano, riceve lo sfratto dal Comune. E allora lì la crisi è profonda e occorre davvero fare di tutto per non perdere la nostra storia. Lì misuri la tua impotenza e ti chiedi “che fine ha fatto la nostra storia? Che fine hanno fatto i copioni, gli scritti, i documenti?” E così ti consoli pensando che almeno Bruno ha salvato le guarattelle dall’oblio e ringrazi Roberto Leydi per aver invitato Nunzio Zambella a Milano e a Como, e ringrazi Remo Melloni che con le sue lezioni alla Scuola del Piccolo Teatro in via Magenta a Milano ti faceva conoscere un mondo sconosciuto e nuovo, e ringrazi Tinin e Velia Mantegazza che al teatro Verdi ti facevano vedere spettacoli meravigliosi e Renato Panaro che conduceva corsi fondamentali per la scuola di Yorik… e poi nel tempo ringrazi tutti coloro che hanno tenuto vivo questo mondo e ringrazi il mondo dei Festival di teatro di figura e ringrazi UNIMA Italia per aver tenuto vivo questo mondo con tutti i segretari e i presidenti che si sono succeduti, da Cesare Felici a Stefano Giunchi, da Luigi Marsano ad Aldo De Martino e tanti altri. E ringrazi Mimmo Cuticchio per averci fatto conoscere i pupi siciliani. E ricordi quel giorno che sullo stesso palco a Milano c’erano Otello Sarzi per la tradizione emiliana, Benedetto Ravasio per la tradizione bergamasca e Nunzio Zampella per la tradizione napoletana. E ti ricordi di Costantino, burattinaio del bresciano, che con la grande apertura delle braccia copriva la scena con i suoi burattini E ad uno ad uno li ricordi tutti e sono tanti che con il loro lavoro e i loro studi hanno contribuito a mantenere vivo questo mondo ricchissimo. E ti ricordi che Roberto Leydi e don Aceti vollero il corso di teatro popolare alla scuola del Piccolo. E allora pensi che occorre un atto di responsabilità, che occorre ricompattare, ricostruire e non dimenticare. Raccontare la storia è un dovere e tutti sappiamo benissimo che le cantine e le soffitte non perdonano. E allora? È una storia da raccontare e documentare. Territorio per territorio. Luogo per luogo. Ogni volta, da anni, quando arriva marzo, il mese dell’Assemblea UNIMA Italia e le Giornate della Marionetta si susseguono, mi sento più ricca perché vedo che sono tanti i giovani che riprendono in mano la staffetta e non sempre è facile raccontare, documentare, non dimenticare.